GLI ORSI NON ESISTONO film

Sabato 26 Novembre
21:00 - 23:59
2022-11-26 21:00:00 2022-11-26 23:59:00 Europe/London GLI ORSI NON ESISTONO film L’iraniano Jafar Panahi può considerarsi a tutti gli effetti l’erede del Maestro Abbas Kiarostami, scomparso nel 2016. Proprio con Kiarostami, Panahi iniziò la carriera registica, in qualità di suo assistente, a 34 anni, sul set di Sotto gli ulivi (’94). Oggi, sessantaduenne, Panahi è al suo decimo lungometraggio con Gli orsi non esistono, proiettato quest’anno al Festival di Venezia (Premio speciale della Giuria) e in questi giorni distribuito nelle sale italiane. Da tempo perseguitato dal regime iraniano, imprigionato e costretto a girare fra un permesso e l’altro (l’ultima incarcerazione è del luglio di quest’anno), Panahi lavora in un Paese che oggi è sotto osservazione mondiale per la repressione sanguinaria nei confronti delle donne (e non solo) che si ribellano e scendono in piazza come mai era avvenuto in precedenza. Panahi aveva specificamente affrontato il tema femminile in Offside del 2006, dove un gruppo ragazze, per poter assistere a una partita di calcio devono travestirsi da uomini. In Iran, infatti, le donne allora non potevano andare allo stadio, anche se, dopo l’uscita (all’estero) del film, il governo di Teheran cominciò, sia pur molto lentamente, a riflettere sul tema e, il 22 agosto scorso, un gruppo di tifose è stato autorizzato ad assistere alla partita di campionato nazionale fra tra l’Esteghlal FC e il Mes-e Kerman. Panahi ha quasi sempre dovuto combattere con il governo e ha dovuto ‘inventarsi’ soluzioni clandestine per girare i suoi film. Lo aveva già dovuto fare con Taxi Teheran (2015) dove s’era finto un tassista in giro per le vie della capitale, potendo così riprendere con una telecamerina nascosta sotto lo specchietto retrovisore della sua auto multipla, le persone che salivano a bordo, i discorsi a più voci (intrattenuti anche con lui), le diversificate opinioni, persino i litigi. Un’idea geniale. Altrettanto geniale è il confezionamento de Gli orsi non esistono dove Panahi ripropone, seppur in versione diversamente declinata, lo schema autobiografico e quello di ‘cinema nel cinema’: il protagonista è sempre lui, il Panahi anche attore, che interpreta se stesso (proprio come in Taxi Teheran, in This Is Not a Film, 2011, in Closed Curtain, 2013, e in Tre volti, 2018). Per lui, da anni, vige, infatti, il divieto di girare in patria «per aver condotto attività contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime». E via con gli espedienti. Ne Gli orsi non esistono, Panahi si rifugia, con una cinepresa amatoriale e un pc portatile, in un paesino sperduto al confine fra Iran e Turchia, convinto, o quanto meno speranzoso, di poter fornire le direttive registiche del film che ha in mente, da remoto, ai suoi collaboratori che girano in una città turca (le targhe delle auto sono quelle dell’area di Istanbul…). Ma le cose non fileranno lisce: nel ‘bunker’ (più che una casa è una grotta) in cui si trova, non c’è campo e, per trovarlo, Panahi deve arrampicarsi su una scala; il suo ospite, che lo chiama con apparente rispetto «caro signore» è in realtà terrorizzato dai paesani (e dallo sceriffo che li comanda) e finisce per incasinare la vita del regista che, non l’avesse mai fatto, ha fotografato, casualmente e senza alcun intento specifico, una ragazza già promessa, al momento in cui nacque, quando le fu tagliato il cordone ombelicale, a un uomo che non è quello che sta accanto a lei nell’immagine colta da Panahi. Il Municipio si coalizza: vuole a tutti i costi quella foto (che opportunamente Panahi cancella dalla scheda della sua macchina fotografica) e i paesani per ottenerla (e poi distruggerla) rompono le palle al regista fino allo stremo, costringendolo a giurare sul Corano di non aver mai immortalato i due ragazzi. Tutto ciò mentre il suo assistente regista lo raggiunge per convincerlo a passare la frontiera per poter girare in Turchia, grazie a un contrabbandiere suo amico che può facilmente mettere in atto l’operazione. Ma, all’ultimo minuto, Panahi rifiuta, non vuole scappare illegalmente dall’Iran, ma continuare a lottare nella sua terra. A questa vicenda (che ha persino qualche risvolto comico nel continuo disturbare il regista, che pure dimostra una serafica, quasi passiva accettazione dei rompiballe) si aggiunge quella di una coppia di suoi attori pronta a emigrare in Francia con passaporti falsi: lei, già vittima di torture e persecuzioni da parte del regime, ce l’ha, il documento di espatrio, lui invece no, ma non lo dice alla compagna che, quando lo scopre, rifiuta di partire. Ma non ‘spoilererò’ oltre. Dirò solo che le vicende personali si intersecano sempre più con quelle del set. Panahi parte e, gran finale, prima di abbandonare il paese con la sua auto, si ferma e tira simbolicamente il freno a mano. Riflette. Titoli di coda con colonna sonora di guaiti di cani. da NOCTURNO   Sala San Luigi

L’iraniano Jafar Panahi può considerarsi a tutti gli effetti l’erede del Maestro Abbas Kiarostami, scomparso nel 2016. Proprio con Kiarostami, Panahi iniziò la carriera registica, in qualità di suo assistente, a 34 anni, sul set di Sotto gli ulivi (’94). Oggi, sessantaduenne, Panahi è al suo decimo lungometraggio con Gli orsi non esistono, proiettato quest’anno al Festival di Venezia (Premio speciale della Giuria) e in questi giorni distribuito nelle sale italiane. Da tempo perseguitato dal regime iraniano, imprigionato e costretto a girare fra un permesso e l’altro (l’ultima incarcerazione è del luglio di quest’anno), Panahi lavora in un Paese che oggi è sotto osservazione mondiale per la repressione sanguinaria nei confronti delle donne (e non solo) che si ribellano e scendono in piazza come mai era avvenuto in precedenza. Panahi aveva specificamente affrontato il tema femminile in Offside del 2006, dove un gruppo ragazze, per poter assistere a una partita di calcio devono travestirsi da uomini. In Iran, infatti, le donne allora non potevano andare allo stadio, anche se, dopo l’uscita (all’estero) del film, il governo di Teheran cominciò, sia pur molto lentamente, a riflettere sul tema e, il 22 agosto scorso, un gruppo di tifose è stato autorizzato ad assistere alla partita di campionato nazionale fra tra l’Esteghlal FC e il Mes-e Kerman.

Panahi ha quasi sempre dovuto combattere con il governo e ha dovuto ‘inventarsi’ soluzioni clandestine per girare i suoi film. Lo aveva già dovuto fare con Taxi Teheran (2015) dove s’era finto un tassista in giro per le vie della capitale, potendo così riprendere con una telecamerina nascosta sotto lo specchietto retrovisore della sua auto multipla, le persone che salivano a bordo, i discorsi a più voci (intrattenuti anche con lui), le diversificate opinioni, persino i litigi. Un’idea geniale. Altrettanto geniale è il confezionamento de Gli orsi non esistono dove Panahi ripropone, seppur in versione diversamente declinata, lo schema autobiografico e quello di ‘cinema nel cinema’: il protagonista è sempre lui, il Panahi anche attore, che interpreta se stesso (proprio come in Taxi Teheran, in This Is Not a Film2011, in Closed Curtain2013, e in Tre volti, 2018). Per lui, da anni, vige, infatti, il divieto di girare in patria «per aver condotto attività contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime». E via con gli espedienti. Ne Gli orsi non esistono, Panahi si rifugia, con una cinepresa amatoriale e un pc portatile, in un paesino sperduto al confine fra Iran e Turchia, convinto, o quanto meno speranzoso, di poter fornire le direttive registiche del film che ha in mente, da remoto, ai suoi collaboratori che girano in una città turca (le targhe delle auto sono quelle dell’area di Istanbul…).

Ma le cose non fileranno lisce: nel ‘bunker’ (più che una casa è una grotta) in cui si trova, non c’è campo e, per trovarlo, Panahi deve arrampicarsi su una scala; il suo ospite, che lo chiama con apparente rispetto «caro signore» è in realtà terrorizzato dai paesani (e dallo sceriffo che li comanda) e finisce per incasinare la vita del regista che, non l’avesse mai fatto, ha fotografato, casualmente e senza alcun intento specifico, una ragazza già promessa, al momento in cui nacque, quando le fu tagliato il cordone ombelicale, a un uomo che non è quello che sta accanto a lei nell’immagine colta da Panahi. Il Municipio si coalizza: vuole a tutti i costi quella foto (che opportunamente Panahi cancella dalla scheda della sua macchina fotografica) e i paesani per ottenerla (e poi distruggerla) rompono le palle al regista fino allo stremo, costringendolo a giurare sul Corano di non aver mai immortalato i due ragazzi. Tutto ciò mentre il suo assistente regista lo raggiunge per convincerlo a passare la frontiera per poter girare in Turchia, grazie a un contrabbandiere suo amico che può facilmente mettere in atto l’operazione. Ma, all’ultimo minuto, Panahi rifiuta, non vuole scappare illegalmente dall’Iran, ma continuare a lottare nella sua terra. A questa vicenda (che ha persino qualche risvolto comico nel continuo disturbare il regista, che pure dimostra una serafica, quasi passiva accettazione dei rompiballe) si aggiunge quella di una coppia di suoi attori pronta a emigrare in Francia con passaporti falsi: lei, già vittima di torture e persecuzioni da parte del regime, ce l’ha, il documento di espatrio, lui invece no, ma non lo dice alla compagna che, quando lo scopre, rifiuta di partire. Ma non ‘spoilererò’ oltre. Dirò solo che le vicende personali si intersecano sempre più con quelle del set. Panahi parte e, gran finale, prima di abbandonare il paese con la sua auto, si ferma e tira simbolicamente il freno a mano. Riflette. Titoli di coda con colonna sonora di guaiti di cani.

da NOCTURNO

 

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